Michel Foucault in La volonté de savoir (1976) descriveva il modo in cui i meccanismi dell’esame di coscienza della pastorale del XVII secolo si sono progressivamente estesi a tutti gli ambiti della società segnando la soglia di una modernità biopolitica. La “volontà di sapere” non è qui la spinta di ricerca del soggetto, ma l’ingiunzione a far entrare nel campo del sapere-potere quei luoghi limite della vita che ne erano esclusi: la morte, la nascita, la sessualità. Questo processo di aderenza del sapere ai corpi investe pienamente il nostro tempo e ci spinge a interrogarci sulle figure della “volontà di sapere” nel nuovo millennio: le questioni della sorveglianza, della mappatura costante e capillare della vita nella sua tenuta sociale e biologica, della visibilità diffusa, della caduta dei limiti tra interno ed esterno, tra dentro e fuori dal lavoro, dalla veglia, dalla vita privata sono esplorate dalle forme artistiche e progettuali.
“Volontà di sapere” ha però anche un’accezione meno connotata, di primo grado: si ritrova qui la sfera del desiderio di conoscenza e le sue sfide oggi costantemente evocate, prima tra tutte quella dell’orientamento in un labirinto ipertrofico di informazioni. Incontriamo così, pochi anni dopo quello foucaultiano, un altro testo sull’inesauribile spinta verso il sapere, le sue risorse infinite di seduzione, le sue trappole letali. Con Il nome della rosa (1980) Umberto Eco ordisce un giallo alla cui origine è il voler sapere, al centro un libro e intorno, narrativamente, il desiderio degli aspiranti iniziati contro la strenua difesa dei custodi della tradizione.
“La volontà di sapere” fa emergere il segno dell’infinito a connotare l’estensione della conoscenza e la figura del labirinto a definirne la mappa e i possibili sentieri di attraversamento.
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Pubblicazione di “Vesper” no. 14, maggio 2026
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